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S ono molto lieta di essere ospite di questa prestigiosa Facoltà di Scienze Diplomatiche che nell’arco di pochi decenni ha conquistato una meritata fama come fabbrica di diplomatici o comunque di cultori delle relazioni internazionali. Gorizia città di confine, per molto tempo frontiera fra est e ovest, ha saputo fare di questa sua caratteristica una preziosa risorsa diventando luogo di incontro delle culture e delle relazioni internazionali nel quadro di un’Europa non più divisa dalla guerra fredda.
Sono grata al Professor Georg Meyr di avermi invitato e spero di non deludere lui e voi. Come sapete parlerò de “La trasformazione della diplomazia”. È un tema che ha molte implicazioni e che rischia di essere frainteso soprattutto sotto il profilo politico. Cercherò a questo proposito di essere molto chiara e se nella mia esposizione vi saranno delle zone d’ombra sarò a vostra disposizione per ogni richiesta di chiarimento.
Lasciate che in via preliminare vi dica qualcosa di me. Non lo faccio per vanità, ma perché credo che vi aiuti a capire su quale esperienza personale è basato quanto vi dirò.
Mi trovo bene insieme a voi perché i miei ricordi di studentessa sono relativamente recenti. Mi sono laureata a Berkeley, all’Università della California, e ho passato il terzo anno di formazione universitaria a Bologna. Sono entrata nel servizio diplomatico degli Stati Uniti, ho lavorato al Consolato di Gerusalemme e a Washington all’ufficio dell’Europa centro meridionale, occupandomi in particolare della Serbia-Montenegro, allora ancora uniti, e Bulgaria. Da quasi tre anni mi trovo al Consolato Americano a Milano come responsabile della sezione politico-economica.
Come forse sapete il Consolato Americano di Milano ha la competenza grosso modo sull’Italia del Nord e quindi anche sul Friuli Venezia-Giulia.
Ho scelto questo tema, “la trasformazione della diplomazia”, perché lo ritengo molto attuale e mi sembra che sia di grande interesse per dei giovani che si accingono a entrare in questa carriera.
Credo di non dover spendere molte parole per ricordarvi l’immagine tradizionale della professione diplomatica che è ancora in parte sotto i nostri occhi e che tante benemerenze ha acquisito negli anni passati, soprattutto nel periodo della guerra fredda, di cui voi siete stati testimoni in questa regione d’Europa. All’impegno di questa diplomazia si devono trattati internazionali, come la NATO, che reggono ancora alla severa prova del tempo.
In linea generale possiamo dire che la diplomazia tradizionale era principalmente recettiva e passiva rispetto alle trasformazioni delle società, interveniva quando o più spesso dopo che si presentava un’emergenza. Compito del diplomatico era soprattutto capire il paese in cui operava.Questa abilità e tensione professionale fanno ancora parte del bagaglio del diplomatico ma a tutti noi è chiesto qualcosa di più che qualifica meglio la nostra azione e il nostro ruolo.
Ci attende un impegno più faticoso e nello stesso tempo più esaltante: precedere il mutamento, assecondarlo quando è nell’interesse di tutti, principalmente dei popoli che ne sono investiti.
Il Segretario di Stato americano Condoleezza Rice, in un recente discorso tenuto alla Scuola di Diplomazia dell’Univerisita di Georgetown, ha detto testualmente: "Noi viviamo un tempo straordinario, nel quale secoli di precedenti internazionali stanno per essere superati. La prospettiva di violenti conflitti fra le grandi potenze è più remota che mai. Gli stati sono in competizione e stanno cooperando per la pace, non preparando la guerra. I popoli in Cina e in India, in Sud Africa e in Indonesia e in Brasile stanno spingendo i loro paesi verso una nuova preminenza”.
Il quadro delineato da Condoleezza Rice sottolinea gli elementi positivi dello scenario internazionale ma non si nasconde i rischi e i pericoli che , come il terrorismo, ci preoccupano e ci mobilitano. La storia ci presenta sempre nuove immense possibilità mescolate a sfide con le quali misurarci quotidianamente.
Proprio questi pericoli incobenti come il terrorismo internazionale spingono il consesso delle nazioni libere e democratiche a trovare nuove forme di solidarietà anche sotto il profilo della collaborazione economica e civile.
Con questo spirito vedono la luce vari programmi con criteri e obiettivi specifici. In particolare desidero richiamare la vostra attenzione su una iniziativa che impegna i nostri dilpomatici. Si tratta della “Partnership for Growth” un programma volto a: cooperare con partner italiani al fine di offrire un contributo per la diffusione della cultura d’impresa, con particolare riferimento all’innovazione; diffondere i casi di “best practices” ed esperienze di successo che riguardano il rapporto università-privati; sottolineare l’importanza dellla tutela dei diritti di proprietà intellettuale ed industriale; contribuire allo sviluppo del mercato di capitali di rischio.
Come voi sapete, uno dei limiti dell’impresa italiana è la difficoltà di compiere il salto qualitativo e quantitativo dalla piccola dimensione alla medio-alta. Spesso la base familiare delle imprese non favorisce questo passaggio. Noi possiamo offrire un contributo diffondendo una diversa e più moderna cultura d’impresa, favorendo i rapporti di sinergia fra università e operatori privati, imprimendo un maggior dinamismo all’economia italiana che si traduce in un aumento dei posti di lavoro. La missione diplomatica Americana in Italia e in prima persona l’Ambasciatore Ronald Spogli, che è un uomo d’affari con una larga esperienza nel campo finanziario, stanno lavorando in questa direzione. L’Ambasciatore Spogli infatti è molto attivo e spesso incontra uomini d’affari e imprenditori italiani di successo.
L’Italia è un paese ricco di risorse umane e intellettuali. In tutto il mondo, e in particolare in quello americano, il made in Italy è sinonimo di eleganza e di un lavoro ben fatto. Purtroppo molti fattori, soprattutto burocratici, impediscono alla vostra economia di affrontare e vincere la sfida della globalizzazione. Un solo dato che si coglie parlando con qualsasi imprenditore ci dice che in Italia per dar vita ad una impresa occorrono mediamente 16 pratiche amministrative quando nella vicina Danimarca, per fare una comparazione, ne chiedono solo tre e in tre giorni si puo aprire un negozio o una attività economica.
Da questo punto vista l’internalizzazione significa anche ridurre il peso della burocrazia e snellire i servizi.
Quando parlo di servizi, mi riferisco a quelli che utilizziamo tutti come la scuola, le poste, i trasporti ma anche a quelli che supportano direttamente le imprese e che si richiamano in una parola alla finanziarizzazione. Un moderno sistema industriale ha bisogno di un sistema finanziario che sia efficiente e che assicuri l’afflusso vitale del capitsale di rischio. Negli Stati Uniti, proprio grazie alle dimensioni della nostra economia, abbiamo una grande esperienza in questo campo. Le banche d’affari, la diffusione dei fondi di investimento, le soluzioni di private equity sono tutte indirizzate a far incontrare le esigenze delle imprese con la disponibilità di capitali da investire a medio e lungo termine.
Il sistema italiano potrà ricevere notevoli vantaggi dalla promozione di forme di questo genere.
Dobbiamo tutti capire che la globalizzazione altro non è che il teatro in cui avvengono le sfide economiche e politiche e che se non accettiamo queste sfide saremo le vittime di un processo che è invece destinato ad aumentare il benessere di tutti.
All’inizio del XIX secolo, quando sull’orizzonte europeo apparve il fenomeno della rivoluzione industriale, anche allora si levarono critiche. Titubanti erano coloro che volevano conservare i privilegi del passato ma anche coloro che avevano paura del futuro e avevano poca fiducia nell’intelligenza umana.
A poco a poco, tutti si convinsero che la rivoluzione industriale era il modo per aumentare la ricchezza delle nazioni e nacque così un mondo nuovo dove tutti gli uomini sentirono di poter rivendicare nuovi diritti, a cominciare da quello della libertà personale.
La diplomazia del secolo XXI è chiamata ad assecondare questo nuovo processo e far sì che la collaborazione internazionale sia indirizzata a risolvere i problemi più drammatici come la povertà, le malattie, il degrado morale.
Kurt Volker, il nostro sottosegretario agli affari europei ed euro-asiatici ha chiarito la base di questa collaborazione che poggia su una semplice ma essenziale idea: “l’idea che i popoli hanno diritto a vivere in libertà. Essi hanno diritto a vedere rispettata la loro dignità e a essere protetti dalla legge, a scegliere i loro rappresentanti, a perseguire la propria prosperità, a fare il meglio che possono per sostenere le loro famiglie e le loro nazioni”.
Se dunque al diplomatico tradizionale si richiedeva principalmente la dote di capire l’indole dei popoli, al diplomatico nuovo si richiede sopratutto il coraggio di prendere quelle iniziative che favoriscono la collaborazione in vista dello sviluppo comune. Se l’economia cresce, se i mercati si allargano, se i risultati della ricerca e della scienza vengono correttamente applicati , cambia anche il volto del mondo e la qualità della vita.
Abbiano parlato di Partnership for Growth, dei fattori economici e politici che possono dare alla globalizzazione un volto umano.
Ma lo sviluppo dei popoli è segnato anche e soprattutto dalla ricerca scientifica e dall’istruzione. Il diplomatico del futuro si renderà sempre più conto che “sapere” e più importante che “avere”. E cercherà di sollecitare le intelligenze a lavorare nella ricerca scientifica e nell’applicazione tecnologica delle scoperte acquisite.
Nella patria di Galileo e Leonardo, questa vocazione intellettuale non si è mai spenta ed io credo che in Italia abbiate solo bisogno di un sistema di istruzione che esalti la vostra creatività.
Molti giovani laureati italiani vengono nelle Università americane per fare un master o una specializzazione. Ed anche studenti americani, soprattutto nel campo della storia dell’arte, vengono in Italia per affinare la loro preparazione in questo paese che è un museo a cielo aperto. È un interscambio fecondo che andrebbe incrementato, perché chiudersi in se stessi, nell’economia come nella cultura, e la cosa più stupida che possiamo fare in un mondo come questo.
Mi chiederete quale deve essere la preparazione del diplomatico che non si accontenta di osservare ma aiuta gli altri popoli a trasformare le società.
Certamente voi che studiate in una Facoltà di scienze diplomatiche sapete quanto importante sia la formazione tradizionale: l’economia. la politica, la storia dei popoli, le lingue…Io aggiungo una abilità che forse non è compresa nei curricula degli studi: lo spirito di iniziativa che fa del diplomatico un soggetto attivo del progresso dei popoli.
Sembra un gioco di parole, è la diplomazia trasformativa, che trasforma le società e favorisce il dialogo, la vera novità che trasforma a sua volta il vecchio clichè del diplomatico.
Le parole del nostro Segretario di Stato ancora una volta descrivono come devono muoversi le nostre missioni diplomatiche informate ai nuovi principi: “La diplomazia trasformativa richiede a noi di estendere la nostra presenza diplomatica al di fuori della cerchia della capitali straniere e di spingerla di più all’interno del paese . Noi dobbiamo lavorare sul fronte delle riforme interne almeno quanto nelle stanze degli uffici dei ministeri degli esteri”.
Spero che questa prospettiva non vi spaventi e che vi offra motivo di riflessione. I nuovi campi della diplomazia richiedono nuove energie. Io spero che voi siate protagonisti di questa svolta con l’entusiasmo di chi comprende e condivide gli obiettivi di un lavoro meraviglioso che oltre a farci conoscere i paesi e i popoli diversi, ci permette di diventare partners attivi del loro sviluppo. Grazie.
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